L’industria 4.0 non è un lontano miraggio ma una realtà che prende sempre più forma nel sistema economico italiano. Secondo Marco Gay, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, l’industria 4.0 varrà quattro punti del Pil nei prossimi tre anni, pari a 110 miliardi di ricavi in più per le imprese.

In un sistema che necessita di colmare un gap importante sul fronte delle competenze, la sfida riguarda il campo del digitale con il che nel nostro paese vede il 50% della forza lavoro con zero o scarse capacità informatiche (fonte Ocse) e il 22% delle posizioni digitali aperte senza candidati.

L’orizzonte è però positivo se si pensa che esistono oltre 6 mila start up innovative che danno lavoro a 36 mila persone e che sono già una realtà importante. Analizzando i dati sulle vendite online nel belpaese, si noterà che il fatturato e-commerce incide solo per 9% sui ricavi aziendali, rispetto a una media Ue del 17%.

Un peccato per l’alto livello del comparto manifatturiero italiano. Con l’integrazione delle tecnologie tradizionali alle competenze produttive e a quelle digitali potrebbe crearsi interessanti opportunità. In tutto questo si innesta la spinta voluta anche dal governo con gli interventi fiscali, di Industria 4.0.

Da un sondaggio condotto da Api, associazione piccole e medie industrie, è emerso che quasi la metà degli imprenditori italiani è convinta che l’Industria 4.0 rappresenti una rivoluzione che interessa tutte le aree dell’azienda, mentre per il 15% implica l’introduzione di nuove tecnologie. Un imprenditore su quattro è convinto che l’evoluzione tecnologica delle aree produttive possa generare valore per il cliente, mentre poco meno di un imprenditore su cinque ammette di non sapere esattamente come definirlo.

Industria 4.0 significa aumentare il potere delle aziende e quindi dei suoi collaboratori. Considerare il 4.0 uno stadio in cui si sostituiscono le persone con i robot è fuorviante. È vero il contrario, invece: significa dare libertà alle persone che formano un’azienda ed aumentare lo spazio per la creatività e il pensiero divergente, ed in questo sarà fondamentale la capacità della forza lavora nel passaggio da “operaio” a “operatore”. In pratica non sarà nemmeno sufficiente che un operaio sia qualificato nella sua attività, ma sarà necessario che egli sia in grado di relazionarsi anche con la tecnologia a disposizione e di utilizzare la mole di dati/informazioni che riceverà dalla stessa.

Per arrivare a questo serve un cambio di prospettiva. “Gli strumenti ci sono già – dichiara il presidente di Api Paolo Galassi – ma non si sanno ancora utilizzare nel modo giusto. Un esempio? Tutti hanno lo smartphone, ma il 90% lo usa solo per telefonare; solo il 10% lo usa per migliorare i processi produttivi dell’azienda, cosa che lo smartphone è perfettamente in grado di fare“.