Nobiltà del “contratto” di assunzione

Il documento che datore di lavoro e lavoratore sottoscrivono per dar inizio ad un nuovo rapporto di lavoro, si deve più propriamente chiamare “contratto di assunzione” e non già lettera di assunzione, come normalmente avviene. Parlare di semplice lettera (etimologicamente “comunicazione scritta che un soggetto trasmette ad un altro) è alquanto sminuente, per non dire fuorviante. Le parti infatti stipulano un vero e proprio contratto (etimologicamente “contenuto di uno scritto dal precipuo valore giuridico”) con il quale definiscono, nero su bianco, direttamente ed anche con richiami a contratti collettivi e norme esistenti, le condizioni che regolano il rapporto di lavoro. Anche se di norma il documento viene predisposto dal datore di lavoro, nel rispetto di certi canoni formali, ciò non ne fa venir meno il carattere “bilaterale”, posto che nei suoi contenuti concreti esso vada a contemperare opposti interessi, certificando pertanto la raggiunta intesa tra le parti. In esso saranno infatti definite le mansioni, l’inquadramento contrattuale, la dipendenza gerarchica, la durata del rapporto, sede e orario di lavoro, il trattamento economico, il riconoscimento di eventuali benefit. Altre clausole particolari potranno essere fatte valere e produrranno i loro effetti concreti, per ambo le parti, solo se espressamente pattuite per iscritto: parliamo di patto di non concorrenza, patto di durata minima, prolungamenti del preavviso, condizioni di revoca di eventuali indennità retributive accessorie. Discorso a parte merita il periodo di prova, il cui mancato superamento, ritenendo insoddisfacente la resa lavorativa, potrà essere validamente invocato solo se pattuito nel contratto per iscritto ad substantiam, prima di iniziare la prestazione, prestando attenzione alla piena corrispondenza fra le mansioni effettivamente svolte in concreto e quelle indicate puntualmente nel documento. In un contratto di assunzione ben fatto ciò che è convenuto non si intende sotteso. Si definiscono i confini delle ingerenze del datore e gli impegni del lavoratore. Si prevengono possibili contenziosi, sempre in agguato in presenza di clausole opache o ambigue. La mancanza del contratto di assunzione è sanzionata. Il rapporto si costituisce comunque validamente, anche in assenza del contratto scritto: la nobiltà di tale documento sta nel potere intrinseco di regolare compiutamente il rapporto fra le parti, che non è certo quello di dare sostanza al medesimo, poiché essa deriva dall’effettivo concretarsi della prestazione lavorativa sin dal primo giorno.

 

La sentenza

in pillole

L’Inail è tenuto a coprire anche il danno da mobbing

Corte di Cassazione – n. 6346 del 05 marzo 2019

 

La sentenza in oggetto ha stabilito che il danno da mobbing, qualora ricorrano le condizioni per esonerare l’azienda dal risarcimento (ad es. mancata responsabilità), sia soggetto a copertura assicurativa INAIL. Infatti, in base all’art. 10 del D.P.R. 1124/1965, se il danno biologico lamentato dal lavoratore non è dovuto dal datore di lavoro, l’INAIL è legittimato a coprire tale patologia, sebbene non rientri nelle cosiddette malattie professionali tipizzate. Stando alla sentenza, l’INAIL ha il dovere di garantire la tutela assicurativa ad ogni forma di malattia fisica o psichica, derivante da attività di lavoro di qualsiasi natura anche se –è il caso del mobbing– essa non è compresa fra le malattie tabellate o fra i rischi indicati.

 

“Smacchiare” i profili social per tutelare la propria immagine

Come muoversi – Un aiuto dal Garante per la privacy

 

Negli ultimi anni l’interazione con i vari social, a partire da Facebook, è diventata per molti un vero e proprio strumento di lavoro, utile in primis per “postare” la propria immagine aziendale. Quando si utilizzano tali strumenti per la comunicazione aziendale, tuttavia, è bene porre ancora più attenzione al proprio profilo personale. Possibili figuracce, dovute ad un tag o un like sbadati, sono sempre dietro l’angolo e rischiano di minare la reputazione online, specialmente del nostro business. Per porre rimedio ad eventuali scivoloni social, sono nate le imprese dell’online reputation managing, specializzate appunto nello “smacchiare” i profili social (la più nota è Reputation.com). Geni del web si impegnano a trovare e cancellare ogni traccia scomoda o imbarazzante, per restituire ai singoli o alle società un’immagine libera da ogni post compromettente. Ricorrere a questi servizi costa molto caro, ma ci si può in qualche modo arrangiare. Come? Adottando semplici accortezze, idonee a mantenere un profilo social personale adeguato, che non metta a rischio la nostra immagine professionale. Per difendersi da tag imbarazzanti, basterà operare una scelta oculata delle impostazioni di “privacy” o selezionare accuratamente le amicizie su Facebook, rinunciando a quelle giudicate dubbie. A tale scopo, l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali ha diffuso l’utile guida “Social Privacy – Come tutelarsi nell’era dei social network”, che offre consigli, suggerimenti e raccomandazioni molto validi.

 

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